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Certificati MMMG, dal 2020 per consentire detrazioni a pazienti obbligatorio il POS in studio

Strumento diabolico che costa svariate centinaia di euro tra linea telefonica e commissioni o facilitatore nei rapporti tra professionisti e pazienti o tra medici e clienti? Qualunque sia il giudizio, dal 2020 il lettore bancomat Pos dovrà essere operativo negli studi medici, anche in quelli di famiglia che, se non hanno già provveduto a dotarsene, devono affrettarsi. Non solo perché la legge prevede una sanzione da 30 euro in caso di rifiuto di transare, cui va aggiunto il 4% del valore dell’operazione, ma anche perché ogni italiano il prossimo anno potrà detrarre solo le prestazioni che paga con moneta tracciabile e tra queste ci sono i certificati libero professionali.
Il decreto fiscale all’esame della camera in fase di conversione in legge, collegato alla Finanziaria prevede si possano detrarre al 19% dall’Irpef le spese sanitarie e di altro tipo solo se si sono pagate con assegno bancario, bonifico, bancomat, carta di credito. Dunque, da ristrutturazioni, bonus arredi, restauro beni culturali, rate del mutuo e tasse universitarie, l’uso di pc e cellulare per i bonifici o del “point of sale” si estende alle spese per la salute. O meglio, alcune potranno essere ancora pagate in contanti: si tratta dei medicinali, sia con ricetta Ssn (ticket) sia con ricetta “privata” del medico; dei dispositivi medici e per l’assistenza a disabili; delle spese mediche sostenute nell’ambito del servizio sanitario nazionale, come le prestazioni del privato convenzionato e la libera professione intramuraria nelle strutture pubbliche. Non sono invece detraibili se pagate in contanti, ma vanno tracciate, le spese mediche sostenute presso un professionista privato “puro”, ad esempio il dentista. Dunque, saranno i pazienti stessi a richiedere la transazione elettronica al camice che certifica in libera professione. È quindi il caso di ricordare le certificazioni interessate: non quelle gratuite (malattia, esonero educazione fisica) ma quelle a pagamento diretto del paziente, sia senza Iva perché a fini di diagnosi e cura o comunque a finalità di tutela della salute, sia con Iva perché volte ad ottenere benefici fiscali o di altra natura.
Tra le certificazioni che non richiedono l’Iva al 22% ci sono i certificati per la patente, per il porto d’armi, per l’invio dei minori in colonia o degli assistiti a soggiorni marino-montani, o per l’ammissione a una casa di riposo. Tra le certificazioni “ivate” ci sono i certificati per il riconoscimento dell’invalidità, dell’invalidità civile, peritali, per prestazioni medico legali odo assicurative, per l’inabilità temporanea da mostrare alle agenzie di viaggio, per mancata comparizione dal giudice.
«Siano o meno caricate di Iva, per ottenere la detrazione al 19% in dichiarazione dei redditi, tutte le prestazioni elencate vanno pagate in modo tracciabile al sanitario che opera privatamente», conferma Daniela Ravasio, commercialista dell’Ordine dei Medici di Bergamo. «Inoltre, secondo un’interpretazione condivisa, vanno sempre trasmesse al sistema tessera sanitaria e non fatte oggetto di fattura elettronica ma cartacea. Pertanto, per importi oltre i 77 euro vanno sempre corredate da marca da bollo cartacea da 2 euro, a carico del professionista – particolare da non trascurare mai. Restano cartacee tutte le fatture contenenti dati sensibili, relativi alla salute. E, in attesa che il sistema di interscambio dell’Agenzia delle entrate dove viaggiano le e-fatture tuteli del tutto la privacy dei pazienti, anche per il 2020 la Finanziaria chiede ai sanitari di utilizzare il sistema Tessera sanitaria per spedire le fatture con i dati dei pazienti».
Ravasio avverte anche che i medici sono tenuti ad emettere fatture elettroniche nel caso forniscano servizi a strutture o persone giuridiche: in quel caso o si affideranno ad un intermediario abilitato o si affideranno ad appositi portali per la fatturazione elettronica come gli altri professionisti. E osserva: «I medici anche nel 2020 hanno il divieto di emettere e-fatture per prestazioni sanitarie rivolte verso i privati e hanno l’obbligo di inviare tali dati al sistema Tessera sanitaria. Fino a tutto il 2018 i medici che inviavano le fatture al sistema Ts potevano evitare di inviare i dati delle stesse fatture per la compilazione dello spesometro e l’Agenzia delle entrate utilizzava i dati del sistema Ts per far sì che il medico ottemperasse allo spesometro. Di fatto quindi il Fisco già riceve dati “sensibili” dei pazienti». Insomma, malgrado l’obbligo di fattura elettronica non viga per il 2020, i camici presto dovranno adeguarsi. E forse, prima ancora, dovranno fatalmente rinunciare a compensi “cash” per le loro prestazioni.
Mauro Miserendino

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