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Crisi «di vocazione» per i medici di famiglia

lavorousuranteÈ «crisi di vocazione» tra i medici di famiglia. Fra gli aspiranti camici bianchi che frequentano l’università quasi nessuno vuole più fare il medico di base: sulla professione pesa un percorso formativo lungo, un accesso al mondo del lavoro posticipato e pieno di incognite, una vita contributiva troppo breve.

 

 Segnale inequivocabile di questo calo di interesse sono le difficoltà incontrate dall’amministrazione sanitaria a trovare tre nuovi medici di famiglia nel Pesarese. E non si prevede che la situazione possamigliorare a breve, visto che per il 2016 si attende il pensionamento di circa il 20% dei professionisti attualmente in attività:

 

dati ufficiali non ce ne sono, ma basta ricordare che i medici di base sono circa
250 solo nella provincia, un terzo dei quali esercitano a Pesaro e negli altri 8 comuni dell’Ambito sociale 1. Nello stesso anno, dalla scuola di formazione in medicina generale di Ancona è prevista l’uscita di meno di 25 nuovi medici
di famiglia, un numero decisamente insufficiente a evitare uno squilibrio nella categoria. «Se non si prenderanno provvedimenti – avverte Luciano Fattori, vice presidente dell’Ordine dei Medici di Pesaro e Urbino – quando le vecchie leve andranno in pensione, e le nuove non saranno ancora riuscite
ad aprire un ambulatorio, rischieremo il vuoto in un momento critico in cui le esigenze di cura cambiano e si moltiplicano». Le fonti di crisi sono almeno due. Il primo fronte dell’emergenza riguarda i giovani: i medici approdano
alla libera professione in media a 37 anni d’età, più per ripiego che per libera scelta, e con un reddito lordo che sfiora i 17mila euro all’ anno (dati Enpam, l’ente previdenziale di medici e odontoiatri). «Ma con le attuali regole, rischiano di guadagnare anche molto meno» osserva Fattori. Considerando che ogni medico di famiglia può avere fino a 1.500 pazienti, e che la proporzione attuale è di un medico ogni mille abitanti, nelle zone rurali o svantaggiate capita che si aprono posti anche per poche decine
si assistiti. Ma se da un lato la professione è sempre meno appetibile,
dall’altro chi fa questa scelta per vera convinzione rischia poi di non avere accesso ai tirocini post-laurea necessari per accedere alla convenzione con il servizio sanitario nazionale perché, a causa dei tagli alle borse di studio,
non viene bandito un numero sufficiente di posti nelle scuole di formazione
per coprire i pensionamenti. I dati sono preoccupanti. Per la medicina generale (Regione Marche) sono previste borse di studio da 11.603 euro lordi. Chi accede a questo ramo professionale (25 persone l’anno ad Ancona), che non è equiparato alla specializzazione universitaria quasi fosse
una professione di serie B, deve pagarsi contributi, assicurazione, tasse e Inail. In tasca resta circa la metà. E qualcuno non ce la fa, abbandonando
a metà gli studi.

Il Messagero
Simona Spagnoli

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