Imbuto formativo: Federico Di Renzo scrive al Direttore di Quotidiano Sanità

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Gentile Direttore,
dopo 4 anni l’imbuto formativo sembra sia al tramonto: oltre 18.000 contratti SSM (scuole di specializzazioni in medicina) per 19.500 partecipanti e 1.300 contratti con borsa CFSMG (corso di formazione specifica in medicina generale) su 6420 partecipanti. Alla prima fase di assegnazione SSM oltre 1.300 sono le borse avanzate e, si stima, saranno numerose anche quelle perse in medicina generale. Siamo davvero alla fine dell’imbuto formativo?

Era il 2017 quando ho iniziato a familiarizzare con questo concetto: migliaia di medici erano imprigionati in un limbo post lauream senza trovare un futuro in specializzazione o in medicina generale, impiegati nelle più disparate e precarie mansioni lavorative. Invece, nell’ultimo anno di pandemia molti colleghi rimasti nel limbo hanno ricoperto incarichi lavorativi, anche in assenza di formazione, in alcuni casi esitati in una stabilizzazione. Raggiunto così questo traguardo hanno rinunciato a concorrere per il conseguimento di un titolo di formazione specialistica o in medicina generale (MG).

Questo accade perché la scelta di intraprendere un percorso formativo post-lauream obbliga alla dimissione da incarichi lavorativi pregressi poiché vigono ancora incompatibilità lavorative anacronistiche nonostante la grave carenza di medici.

Un ulteriore meccanismo causante la perdita di borse é quello degli eterni indecisi che ritentano il concorso in quanto insoddisfatti della scelta intrapresa l’anno precedente: un fenomeno dilagante sia sul versante delle specializzazioni che su quello della medicina generale. Dalle testimonianze che abbiamo raccolto dai colleghi in formazione specifica o con attestato in MG che hanno deciso di tentare il percorso specialistico, emergono le criticità del sistema sanitario territoriale che spaventano i giovani colleghi allontanandoli dal territorio.

Carichi di lavoro crescenti, difficoltà a mantenere il legame di fiducia medico-paziente, burocratizzazione dell’attività di medico, scarso supporto delle ASL e isolamento lavorativo, sono solo alcune delle lamentele emerse alle quali si affiancano le ombre gettate dal PNRR generanti incertezza contrattuale, logistica e organizzativa. Questa ostica realtà attuale affiancata alle nebulose prospettive future, genera sfiducia nei giovani medici di medicina generale (MMG) che preferiscono ripensare la propria scelta nella speranza che la specializzazione ospedaliera regali realtà più soddisfacenti.

Persiste inoltre immutato il problema, anzi l’emergenza, della carenza di medici nel territorio causata dai pensionamenti anticipati, i mancati investimenti sul territorio, il definanziamento degli anni passati, l’abbandono delle borse di formazione, la carenza di medici disposti ad operare nei territori più rurali potrebbe costringere i decisori politici a tutelare l’assistenza sanitaria intraprendendo strategie compensatorie emergenziali. Tra queste quelle più inflazionate al momento sono l’infermiere di famiglia ed task shifting, l’equiparazione di titoli, o gli aumenti del massimale che potrebbero frenare, se non addirittura bloccare, le nostre proposte sindacali di miglioramento delle condizioni lavorative dei medici del territorio.

Bisogna invertire la rotta puntando a soluzioni drastiche e risolutive.
Occorre anzitutto eliminare stabilmente le incompatibilità lavorative per i medici in CFSMG ed in specializzazione, risolvendo così un bizantinismo legislativo che permetterebbe di avere oltre 4000 medici in grado di formarsi e di prestare allo stesso tempo la loro opera lavorativa nei settori di più grave carenza.

Si deve inoltre superare il concetto di raggiungimento di idoneità al concorso per l’accesso al CFSMG, ovvero la soglia minima delle 60 risposte giuste su 100 domande: superando questo limite si riuscirebbe a garantire lo scorrimento fino a fine graduatoria evitando la mancata assegnazione di contratti per esaurimento di idonei al concorso. Questo scenario potrebbe diventare già realtà quest’anno in alcune regioni, anche quelle con maggiore carenza di medici del territorio come la Lombardia, ed è da evitare anzitempo per non vanificare i traguardi sindacali raggiunti in con lo stanziamento delle circa 900 borse aggiuntive.

È fondamentale abrogare il punteggio minimo per accedere al CFSMG perché i test di accesso non possono e non devono diventare uno strumento per tranciare il completamento della formazione di ogni singolo medico, ma devono stabilire una graduatoria fruibile nella sua interezza così da garantire a tutti l’accesso ad un futuro formativo e professionale.

Questi obiettivi non sono altro che piccoli passi verso il raggiungimento della meta finale ovvero la creazione di un percorso specialistico universitario per la medicina generale con requisiti e standard qualitativi stabiliti a livello nazionale con un unico concorso per l’accesso a tutta la formazione post lauream per arginare il fenomeno della perdita di borse e garantire la libera scelta formativa a ciascuno.

Solo così metteremo davvero il punto sulla fine dell’imbuto formativo, ed è solo in questo modo che riusciremo a programmare davvero il numero di professionisti necessari al nostro SSN e ad assicurare l’accesso all’assistenza sanitaria dei nostri cittadini.”

Dott. Federico Di Renzo
Responsabile Nazionale SNAMI Giovani, Formazione e Precari
Segretario Regionale SNAMI Molise

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